Verba et res. Le parole nella Community, le cose della vita

Verba et res, le parole e le cose. Un binomio che rischia l’antinomia di cui, in un’intervista, ci dice il filosofo Tullio Gregory per stigmatizzare quel che oggi caratterizza la Comunicazione, in un tempo in cui nuovi e sorprendenti mezzi tecnologici l’hanno resa estremamente ampia e di facile accesso e usabilità.

Nel richiamo simbolico/glottologico  sopra indicato si rileva l’uso abnorme e fuorviante di tali innovativi mezzi. Con questi, chiunque, dotato di un minimo di capacità tecnologica, sia pure in presenza di livello culturale minimo e talvolta approssimativo, si esercita e si pone quale “autore” e protagonista in un crescente interscambio sociale per quanto tutto virtuale, assai spesso futile quanto ozioso.

Questo accade con i numerosi social-network, nei quali siamo sollecitati ad entrare e ‘iscriverci’, in cui  si diventa associati e amici di una vita che muove – in ciò che si descrive e si visualizza per e con immagini – dalla vita reale, ma che per molti diviene una sorta di esistenza parallela, pressoché sostitutiva di quella quotidiana legata alle “cose” che, nel bene o nel male, orientano o condizionano la nostra esistenza. Come accade parallelamente con “l’esercizio” della fotografia, oggi resa diffusamente accessibile anch’essa dalla tecnologia, si finisce persino con il “vivere” momenti e accadimenti della vita come rappresentazione-immagine di sé (in quel momento e in quel luogo) da trasporre e rap-presentare dentro il nuovo “Carro di Tespi” dei social, più o meno ‘democratici’ o più o meno ‘professionali’, divenuto al tempo stesso, in una confusione di ruoli, scena e platea. In tali Comunità si vive di parole, al più di piccoli pensieri, di commenti buttati lì con scrittura alla come viene, confortando e illustrando il proprio io e/o l’alter ego virtuale con il riportare e incorniciare citazioni e aforismi di uomini illustri o del passato come fossero propri, per una cultura e ‘sapienza’ tutta d’accatto (sulla Rete) e fine a se stessa.

Nella mia personale condivisione del sistema, sia pur minima e portata avanti con mille dubbi e perplessità, leggo in questi giorni di una “twitter/blogger” che nel principiare la sua giornata si chiede (e ovviamente lo fa sapere a quant’altri): “Ogni mattina un #CommunityManager si alza e sa che deve sopravvivere ai commenti. Come?”. Ignoriamo quale sia l’impegno ‘lavorativo’ di detta community-manager, e nello specifico poco ci può interessare, ma quel che lei in tale interrogarsi evidenzia platealmente è che, in generale e analogamente, sono molti, direi troppi, che nei social si pongono quotidianamente l’interrogativo del …come ‘vivere’ un giorno ancora con i propri commenti (i propri compulsivi “mi piace”), barcamenandosi fra i commenti degli altri o inserendosi, in termini di …Personal Branding (!), nei post dei tanti e crescenti altri ‘accomunati’, denominati indistintamente “amici”. Viene voglia allora di rilevare – come in questa mia nota provo a fare, inevitabilmente con più dei canonici 140 caratteri, e pur sempre approssimativamente, affrontando una questione complessa e interpersonale come questa – che alla twittante citata forse (o a questo punto) sfugge ormai che “la vita” personale o comunitaria non sta o non deve essere racchiusa o ‘vissuta’  in una community virtuale nella quale le nostre persone si affidano interamente alle parole, usate spesso al di fuori della loro funzione strumentale, indicativa e illustrativa, e di fatto pressoché del tutto sostitutive o surrogazioni delle cose di cui la vita è fatta , o con le quali si interagisce singolarmente, famigliarmente, socialmente.

Del resto – per richiamarci qui alle recenti immagini e servizi televisivi sugli accadimenti climatici e alluvionali, disgraziatamente penosi per molti nostri connazionali – è il caso di ricordarci che per “sopravvivere” occorra, più che chattare o twittare, … spalare il fango, drenare dall’acqua piovana case e botteghe, o magari, di là delle catastrofi, cercarsi un lavoro, procurarsi un reddito, nel contesto di un vivere “sociale” (non social!) caratterizzato da difficoltà ambientali, politiche e civiche, quando non etniche o di disordine e violenza, urbana e globale. Occorre che anche una semplice passeggiata sia il tempo o l’occasione per vivere nella realtà e con le persone che ci accompagnano, non per ‘ritrarre’ e mostrare ad altri, dopo se non in “presa diretta”, quel che si fa, dove si è e con chi.

Sarà per mia età ‘matura’, ma sinceramente rimpiango tempi, usi e costumi, in cui per comunicare – oltre le dette quattro chiacchiere fatte passeggiando o negli incontri urbani, magari nelle conversazioni telefoniche usate per il “come stai” o anche per “sentirsi o rendersi vicini” alle persone fisicamente distanti e altrove – si usava scrivere lettere (possibilmente con bella scrittura, articolata come a scuola ci è stato insegnato), o, per chi sa e per scelta di vita e professione, articoli, saggi, libri… Un genere di comunicazione interpersonale che richiede tempo, il tempo della riflessione sui temi e della cura della forma utile a far passare le proprie idee e i propri sentimenti in maniera efficace e magari gradevole o confortante; che vuole letture preparatorie e approfondimento dell’argomento su cui dire e interloquire; che produce testi, libri, documenti che val bene leggere con calma, quando si vuole o è necessario. Insomma: “parole” da conservare, giacché valgono e affinché valgano – così confezionate e validate – come le “cose”.

                                                                                                           Giuseppe F. Pollutri

parole che vanno

24 novembre 2014

2 Commenti a Verba et res. Le parole nella Community, le cose della vita

  1. redazione scrive:

    Non ti leggevo da un po’, gravato dai problemi che sai, ma trovo questo tuo articolo tra i più interessanti che hai scritto. Un abbraccio.

    • redazione scrive:

      Non so se l’apprezzamento sia veramente meritato, comunque …Grazie, giacché indica in chi legge un’attenzione fondamentale e necessaria, come ben sai, per ritenere di scrivere (e di vivere scrivendo) per qualcosa e per qualcun altro proficuamente.
      Nel merito: altri possono obiettarmi, non senza ragione, che “oggi, questo è!”. Né, ovviamente, è mia intenzione, nè posso, dare lezioni di sorta… Testimonia, più che altro (per qualcuno varrà qualcosa, per molti altri meno), un mio disagio, più personale che culturale, più umanistico che sociale.
      Forse possiamo farci poco o nulla, ma ancora una volta si evidenzia come il tempo ‘moderno’, il nostro tempo, sia dotato di straordinaria capacità tecnologica e, con esso, di una fantastica connettività interpersonale. Al tempo stesso e parallelamente un evidente disordine e una progressiva confusione, al limite della regressione, sia morale che socio-culturale. E decisamente non mi piace. GFP

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