Un illiro-molisano a Lubiana. Intervista (sessantanove anni dopo la fine dell’apocalittica Seconda Guerra Mondiale) ad Oreste Occhionero

Oreste Occhionero a Perugia nel maggio 1943 (1) URURI - Oreste Occhionero nel dicembre 2011«URURI – Piazza Vardarelli: gennaio 1943. L’autobus, diretto alla stazione ferroviaria, è già in fase riscaldamento motore. Con me c’è mio padre. “È opinione diffusa che il nostro Governo non può continuare, considerando l’andamento disastroso della guerra, a tenere un atteggiamento miope e intransigente. Il Re non permetterà mai che l’Italia vada ulteriormente alla deriva. Vedrai, tutto finirà nel giro di pochi mesi. Mi raccomando, figlio mio, abbi cura di te e a presto”. “Sì, papà, stai tranquillo”. Nessuno poteva immaginare, invece, che ci saremmo rivisti non prima di tre lunghissimi e tragici anni!».

Esordisce così Oreste Occhionero (91 anni il prossimo 14 luglio), raccontando le proprie drammatiche vicende ed esperienze legate all’Ultimo Conflitto Mondiale.

● Allora, signor Occhionero, esattamente in quale data partì come soldato di leva?

«Il giorno dell’Epifania del 1943».

● Destinazione?

«Perugia».

● Lei aveva appena diciannove anni. Ricorda il suo stato d’animo in quei frangenti?

«Cosa vuole che le dica. Solo chi ne ha fatta l’esperienza può sapere quanti e quali pensieri e sentimenti tormentano la mente e il cuore di chi, partendo per la guerra, lascia la propria famiglia, la casa e il lavoro, senza sapere se e quando ritornerà».

● E l’umore patriottico, Suo e dei suoi commilitoni?

«Quasi al lumicino. Basti ricordare che il 1942 aveva lasciato in eredità al nuovo anno due brucianti sconfitte dell’ASSE: Midway (giugno – fronte del Pacifico), El Alamein (ottobre – fronte africano) e l’ecatombe sul Don (dicembre – fronte russo)».

● Vuole forse dire che le nazioni del Tripartito (Italia, Germania e Giappone), con un dispositivo tecnologico-militare notevolmente ridotto ed indebolito, avessero già virtualmente perso la guerra?

«Esattamente. Vedo che ha messo il dito nella piaga!».

● Torniamo a Perugia. A quale arma fu assegnato?

«Alla Fanteria».

● Conserva ancora in mente l’organigramma gerarchico completo?

«Si, ma andiamo per ordine decrescente: SECONDA ARMATA (generale Mario Robotti), XI CORPO D’ARMATA (generale Gastone Gambara), DIVISIONE “CACCIATORI DELLE ALPI” (generale Luigi Perni), 51° REGGIMENTO FANTERIA, BATTAGLIONE “GARIBALDI”, COMPAGNIA ARDITI, PLOTONE ESPLORATORI».

● Complimenti, Lei non ha nulla da invidiare al grande Pico della Mirandola!

«Bontà sua, ma non esageri».

● Quanto durò la permanenza in Umbria?

«Da gennaio sino ai primi di giugno».

● E poi?

«Mi conceda, prima di andare avanti, una premessa-flash. I nostri superiori, verso la fine di gennaio, ci informarono che tutti coloro che avevano all’attivo almeno gli studi medi inferiori potevano accedere al corso per sottufficiali. Un mio cognato (ufficiale, in quel di Novara, e comandante il 24° Nucleo Antiparacadutista), da me contattato, mi suggerì di iscrivermi al corso, senza indugio. Il motivo? Perchè avrei avuto modo di restare, tranquillamente, in Italia per almeno un anno intero. Così c’era la speranza di tenere ancora lontano ……. il demone della guerra! Le cose, ahimé!, andarono diversamente. Difatti, mentre il corso A.C.S. (iniziato a fine gennaio) stava procedendo a pieno ritmo, accadde l’irreparabile».

● Cioè?

«Il 12 giugno 1943 arrivò fulmineo e perentorio, dal Comando divisionale del gen. Perni, l’ordine di partenza per il fronte jugoslavo».

● La zona esatta?

«Lubiana, la capitale della Slovenia. Lubiana (Ljùbljana, in lingua slovena) era stata conquistata l’11 aprile 1941 e il 3 maggio creata provincia italiana».

● In genere, quando si evoca lo scacchiere jugoslavo, la mente corre subito alla guerra antipartigiana ed alla lotta interetnica. È vero?

«Assolutamente sì».

● In Slovenia le cose come andarono?

«I mesi (giugno-luglio-agosto-settembre 1943) che videro la mia presenza in quella regione, come combattente e testimone, furono connotati da una terribile guerra antipartigiana e da centinaia e centinaia di conseguenti rastrellamenti».

● Ecco, ci parli di questi ultimi.

«I rastrellamenti in Slovenia costituirono una operazione di controguerriglia che si svolse in più fasi. All’ultima e più cruenta, cui presi parte anch’io, furono protagoniste le Divisioni dell’XI Corpo d’Armata (“Cacciatori delle Alpi”, “Granatieri di Sardegna”, parte della “Re” con il raggruppamento “Fabbri”, “Macerata” e “Isonzo”) e gli scontri principali si svolsero nell’interland di Lubiana, nella zona del Monte Krim, a Podstenice, a Kocevje, nella zona del Koceviski Rog e in quella dei Monti Gorianci».

● Signor Oreste, Lei in quale località ebbe, se così si può dire, il “battesimo del fuoco”?

«Nella cittadina di Grosuplje, a sud di Lubiana. Quella prima esperienza bellica fu terribile. Dovemmo misurarci con delle agguerritissime formazioni partigiane del “IX CORPUS” titino. Riuscimmo a neutralizzarle quasi totalmente. Al rientro, però, a Moste (la nostra caserma-fortilizio) contammo cinque morti e quaranta feriti (la metà dei quali gravissimi!».

● A proposito di partigiani jugoslavi, i comunisti costituivano una minoranza consistente?

«No, erano in numero esiguo (non più del 5%) e tuttavia, specie dopo che i Cetnici avevano abbandonato il campo, riuscirono ad amalgamare tutte le tendenze e, ponendosi alla guida di tutto il movimento, finirono per caratterizzarlo. Basti pensare a due fatti di indubbia marca comunista di quel tempo: il primo era evidente nelle devastazioni degli arredi e degli oggetti sacri da essi operate nelle chiese dei paesi dove erano stati; il secondo si leggeva nelle frasi che essi lasciarono scritte sulle facciate delle case negli stessi paesi, dove non c’era una sola parola in favore degli alleati inglesi o americani o di altri popoli o capi non comunisti, ma si inneggiava sempre a Stalin, alla Russia, a Josip Broz (alias “Maresciallo Tito”), al comunismo, all’alleanza serba-croata-slovena-musulmana e alla libertà sotto il simbolo della falce e martello».

● Lei ha menzionato anche i partigiani Cetnici. Chi era il loro capo?

«Draza Mihajloviç, un valoroso generale serbo. Dopo la disfatta jugoslava (aprile 1941) non accettò l’occupazione italo-tedesca e organizzò bande di partigiani nazionalisti monarchici, i Cetnici. Riconosciuto dal Governo di Re Pietro II Karagjorgjeviç, in esilio a Londra, Mihajloviç venne nominato Ministro della Guerra (gennaio 1942). Ostile all’Unione Sovietica e ai comunisti, e deciso ad assicurare ai Serbi il predominio sulle altre nazionalità della Jugoslavia, Mihajloviç venne presto in contrasto con le formazioni di Tito. Quest’ultimo, alla fine della guerra, riuscì a catturarlo e farlo fucilare dopo un processo farsa!».

● In Italia, durante la Sua “parentesi” slovena, si ebbero due autentici rivolgimenti di indubbia valenza storica, politica e militare. Intendiamo riferirci alla caduta del Fascismo e all’armistizio. Una Sua considerazione sul primo accadimento.

«Eh sì! E venne il 25 luglio 1943, giorno in cui il gran Consiglio del Fascismo decise la caduta del Governo Mussolini e la restituzione di tutti i poteri nelle mani del Re Vittorio Emanuele III. Le circostanze in cui ciò avvenne ci risparmiarono ogni dispiacere ed ogni rimpianto, tanto che oggi, come ieri, possiamo parlarne senza nostalgie. Ma la generazione dei nostri figli e nipoti, secondo un luogo comune di certo culturalismo politico, ci ha spesso rimproverato di essere stati noi i responsabili del Regime mussoliniano e della guerra. Si impone perciò una precisazione che nessuno può smentire in buona fede ed è che noi il Fascismo l’abbiamo trovato bello e fatto quando ci siamo affacciati alla vita sociale. Se mai l’hanno voluto, quanto meno prodotto, coloro che ci hanno preceduto nella storia travagliata di questa nostra Italia. Nè ci si può rimproverare di non aver manifestato durante la ventennale parentesi governativa “sabaudo-littoria” un dissenso ideologico-politico che nessuno in Italia manifestava: nemmeno coloro che hanno poi detto di essere stati sempre antifascisti. Noi, cioè, pur esprimendo la nostra capacità critica quando ci pareva giusto esprimerla, non abbiamo avuto nella nostra giovinezza una scuola del dissenso come l’hanno, per il bene e per il male, i giovani d’oggi. E dopo il 25 luglio non avendo nulla da rinnegare in noi stessi e nel nostro operato, restammo quelli che eravamo: Italiani, soltanto Italiani».

● E un accenno telegrafico al periodo badogliano?

«I quarantacinque giorni del nefasto Governo di Pietro Badoglio (Maresciallo d’Italia, Marchese del Sabotino e Duca di Addis Abeba …….!) trascorsero in uno stato di crescente inquietudine ed ebbero, indubbiamente, ripercussioni confuse e tragiche su tutti i fronti di guerra».

● Veniamo, ora, a Cassibile. Quale era la situazione delle nostre truppe, al momento della firma dell’armistizio con gli Anglo-americani, nella nostra frontiera orientale ed in Slovenia?

«Alla vigilia dell’8 settembre lo scacchiere nord-orientale della frontiera italiana era presidiato da due Armate: l’Ottava, con sede a Padova, e la Seconda, con sede a Sussak (Fiume). L’Ottava Armata, comandata dal generale Italo Gariboldi, aveva a sua disposizione il XXIV Corpo d’Armata (sede Udine), comandato dal generale Licurgo Zannini, e il XXIII (sede Trieste), comandato dal generale Alberto Ferrero. La Seconda Armata, agli ordini del generale Mario Robotti, comprendeva, invece, l’XI Corpo d’Armata (sede Lubiana), il V (sede Cerquenizza), ambedue con giurisdizione sulla Slovenia, e il VI (sede Spalato) con giurisdizione sulla Dalmazia. In totale, alcune centinaia di migliaia di uomini, 150.000 dei quali dislocati nel territorio compreso tra i vecchi confini del 1920, le zone occupate della Slovenia e dell’alta Croazia, l’Istria e il litorale dalmata. Tra queste truppe si distinguevano, per efficienza e valore combattivo, la Divisione alpina “JULIA”, la Divisione autotrasportata “TORINO”, la I Divisione “CELERE” e la Divisione “CACCIATORI DELLE ALPI” (la mia), nonchè numerosi battaglioni di “CAMICE NERE” rimasti saldamente inquadrati nonostante la caduta del Regime fascista. Lo schieramento, come si vede, era indubbiamente sufficiente a fronteggiare qualsiasi situazione, anche perchè i tedeschi, in quei settori, non disponevano, fino alla fine di luglio del 1943, di forze eccezionalmente ingenti».

● Parliamo, appunto, della reazione tedesca al repentino voltagabbana dell’Italia.

«Dopo il crollo del Fascismo, però, il comando supremo germanico, non fidandosi del massone Badoglio e prevedendo le catastrofiche conseguenze militari di una resa italiana in una zona esposta all’attacco continuo dei partigiani comunisti slavi e alla minaccia di uno sbarco anglo-americano, cominciò a prendere provvedimenti. La notizia dell’armistizio, se colse di sorpresa gli italiani, trovò i tedeschi ben preparati ad affrontare la situazione. In definitiva, alla data dell’8 settembre 1943, i tedeschi disponevano, nella Venezia Giulia e nei territori da noi occupati della Slovenia e dell’alta Croazia, di circa 30.000 uomini, potentemente armati e pronti ad ogni eventualità. Tale era la situazione allorchè si sparse fulminea la notizia dell’avvenuta resa incondizionata dell’Italia. Il comunicato sollevò gli entusiasmi della solita minoranza di ingenui, che credettero davvero nella fine della guerra, e degli elementi slavi. L’assoluta maggioranza degli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia si rese conto immediatamente che il peggio stava per venire. In quelle regioni, infatti, la sempre più incombente minaccia slava non aveva favorito, come era avvenuto nel resto della penisola, il dilagare della propaganda disfattista».

● E i partigiani jugoslavi?

«Subito dopo l’armistizio di Cassibile,mentre le bande slave dilagavano nei territori italiani di frontiera, gli organi dirigenti del movimento titino proclamarono immediatamente ed unilateralmente l’annessione alla Jugoslavia di intere zone della Venezia Giulia e del Friuli. La prima decisione al riguardo era stata presa il 20 settembre 1943 dallo ZAVNOH (“Consiglio antifascista liberazione nazionale della Croazia”) che con un suo òdiuka (decreto) aveva dichiarato l’Istria, la Dalmazia e le sue isole adriatiche parte integrante della Repubblica croata. Qualche giorno dopo, il 26 settembre, era stato il “FRONTE DI LIBERAZIONE SLOVENO” (“OSVOBODILNA FRONTA”) a proclamare l’annessione alla Slovenia del “litorale sloveno”, che comprendeva il Goriziano, le zone del Collio e i territori tra lo Iudrio e il Natisone e tra il Natisone e il Tagliamento».

Antonio Himàrës

06 luglio 2014

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